Libia, governo in crisi: Berlusconi diserta l'Aula
Il Cavaliere ha fatto di più, si è detto addolorato per Gheddafi. E non interverrà nel dibattito parlamentare, lasciando il compito a Frattini e La Russa. È fallita, pare di capire, la sua scommessa personale sul Rais e sulla possibilità di una normalizzazione del regime libico per via democratica che aprisse la strada a un dividendo politico per il nostro Paese. Naturalmente si tratta di espressioni che prestano il fianco a molte interpretazioni: Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini per esempio giudicano indecorose le parole del presidente del Consiglio, dicono che bisogna preoccuparsi piuttosto della sorte del popolo libico. Ma il vero pericolo per la maggioranza è di finire come il centrosinistra di Massimo D'Alema o l'Unione di Romano Prodi, con una clamorosa spaccatura in politica estera che pure è la base di ogni programma di governo. Si tratterebbe di una sorta di nemesi storica: fu proprio il centrodestra a salvare il governo dalla defezione dell'estrema sinistra sulla missioni in Kosovo e in Afghanistan, oggi potrebbero essere i voti di Pd e terzo polo a compensare la fronda leghista.
È per questo motivo che nella maggioranza si lavora a una risoluzione di compromesso tra Pdl e Carroccio: la difficoltà è data dalla richiesta dei lumbard di prevedere esplicitamente il blocco dei flussi dei profughi e la tutela degli accordi energetici con la Libia. Punti sui quali è difficile la convergenza del Pd e forse anche del terzo polo. Il fatto è che anche nel centrodestra si allarga il fronte dei delusi, di quanti ritengono che si sia commesso un errore di sottovalutazione nell'approvare l'operazione Odissea di cui i francesi hanno assunto la leadership. E soprattutto di quanti temono il pericolo del fondamentalismo islamico alimentato da quella che potrebbe apparire una guerra neocoloniale. In fondo nessuno ha ancora analizzato in profondità le vere ragioni del neutralismo tedesco e delle critiche di Russia, Cina, India e Brasile: insieme sono i cinque Paesi che detengono i maggiori tassi di crescita a livello mondiale. Questo è il motivo per cui il governo italiano insiste perché l'operazione militare passi sotto il controllo Nato: fugare ogni sospetto di imperialismo.
Le caute aperture degli Stati Uniti e, a sorpresa, della stessa Turchia - sia pure avviluppate nel fumoso linguaggio diplomatico - costituiscono un primo successo delle pressioni italiane che hanno trovato espressione nelle parole di Giorgio Napolitano il quale ha definito questa soluzione la più appropriata, condivisa anche da Stati Uniti e Gran Bretagna. Resta da vincere la resistenza francese: Parigi dice di non voler fare polemiche artificiali sulla Nato e che il coordinamento attuale funziona, ma l'impressione è che prima o poi Sarkozy sarà costretto a cedere. In attesa del voto parlamentare, comunque, la coalizione occidentale ha dato prova di divisione e confusione: l'Europa in particolare, secondo alcuni esponenti del Pdl come Osvaldo Napoli, sembra aver compiuto un passo indietro di cento anni ed essere tornata alla politica delle cannoniere guidata dalle cancellerie di Londra, Parigi, Roma e Berlino. Quale che sia il risultato sul terreno, è una sconfitta politica che per ora costituisce il vero frutto avvelenato del colonnello Gheddafi.







