Il tricolore cancella Silvio. Ma non illumina neppure il Risorgimento
C’è gloria per tutti, anche per i Savoia. In fondo l’unità d’Italia si deve pure al loro primo ministro Camillo Benso conte di Cavour. Emanuele Filiberto - principe sotto le stelle televisive di Rai 1 - dice la sua sull’Italia del 2011. Lui sta con Silvio Berlusconi, lo considera «molto più di un re». Insomma uno di famiglia. Re Silvio seduce i reali senza regno. Ma la monarchia è finita sessantacinque anni fa, oggi si celebra l’unità di Italia, una Repubblica con un capo dello Stato eletto dal Parlamento che di nome fa Giorgio Napolitano. Un presidente che riscuote consenso e applausi ovunque si trovi. Tutto il contrario del governo, che viene fischiato dagli italiani in ogni occasione pubblica possibile. A Roma come a Torino. Se ieri la folla aveva accolto Berlusconi al grido «dimissioni, dimissioni», oggi il governatore piemontese Cota - leghista - viene investito da una salva di fischi. I diletti figlio del dio Po, si sa, non amano il tricolore, del resto nello statuto della Lega nord al primo punto c’è la secessione. Tant’è. Invece il capo dello Stato stringe mani, firma autografi, si lascia immortalare in patriottiche foto ricordo. Napolitano arriva al Regio di Torino alle 11 del mattino per la cerimonia d’apertura dei festeggiamenti per i centocinquant’anni dell’unità d’Italia. Dalla folla parte un coro: «Presidente ci difenda». Il capo dello Stato, che scopre fra applausi e tricolori un busto di Cavour in marmo di Carrara - dono dell’amministrazione torinese, che sarà poi installato al Quirinale - prende la parola dopo il sindaco Sergio Chiamparino e il presidente della Regione, Roberto Cota, ricordando il ruolo storico di Torino Capitale e la «straordinaria fusione di italiani del Sud e del Nord» avvenuta nella città piemontese, «che ha contribuito alla grande crescita della nostra economia e della nostra società» dopo la guerra. Tutto molto quirinalizio. «Sento il bisogno di richiamare la necessità stringente di coesione nazionale - sottolinea - Significa avere il senso della Patria e della Costituzione, della Costituzione come quadro di principi e di regole per il nostro vivere comune». Richiamando poi la soglia di duplice mandato per i sindaci, Napolitano rivolge un augurio diretto e personale a Chiamparino che sta per lasciare la carica, e si commuove visibilmente mentre evocava dal palco «l’umiltà necessaria a chi è chiamato ad alte responsabilità istituzionali». Dopo l’inno di Mameli, all’inizio della cerimonia prende la parola Chiamparino che si rivolge al presidente. «Siamo lieti di poterle testimoniare la gratitudine profonda per il suo ruolo di garante della Costituzione, di riferimento morale di questo nostro tempo incerto e simbolo altissimo dell’unità del nostro paese». Applausi, tanti applausi anche per lui. Proteste e fischi durante l’intervento del governatore leghista Cota, soprattutto quando fa riferimento alle polemiche seguite alla sua assenza dalla cerimonia dell’alzabandiera, invitando a «non strumentalizzare». In realtà c’è poco da strumentalizzare, i leghisti hanno disertato in massa la straordinaria seduta parlamentare. I fischi ne sono l’elementare conseguenza, e sono come le ciliegie, uno tira l’altro, si ripetono più tardi, quando il corteo delle autorità si dirige verso Palazzo Madama, dove è stata ricostruita per l’occasione l’aula del primo Senato italiano. La festa del tricolore - pur nella sua stucchevole retorica che offusca molte pagine di pur indimenticabile storia patria - coinvolge l’intera penisola. Eppure il grande comunicatore Berlusconi rimane in secondo piano, vicino all’alleato leghista. Matteo Salvini, capogruppo del Carroccio in Comune a Milano, è sprezzante: «Non ci si può permettere di insultare, minacciare e bestemmiare per il fatto di avere il tricolore in tasca». L’ineffabile Salvini ha sistemato la sua scrivania fuori dall’ufficio per far vedere che nonostante il 17 marzo lui continuava a lavorare. Visto che c’era ha anche distribuito bandiere con la croce di San Giorgio, simbolo di Milano. Va da sé che si è perso la sua buona dose di fischi. Non si può tornare indietro di centoinqunt’anni, quando il lombardo-veneto era austriaco. Brutte figure, che hanno coinvolto pure Silvio Berlusconi, che della Lega ha estremo bisogno per sorreggere il suo barcollante governo. Forza Italia? Mica tanto.





